Ieri. E domani?

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Cari amici di Milk Milano,

è ancora stordito da quanto successo che scrivo queste poche righe, nell’attesa di riflettere bene e lanciare, forse, un comunicato ufficiale in merito a quanto avvenuto ieri alla Camera. Non sono riuscito a farlo ieri, ma la prima reazione è stata quella di chiedere aiuto a tutti per  portare gente in piazza.

Al momento tre sono i punti che maggiormente mi toccano di questa indegna vicenda: la trasversalità sostanziale con cui si è attaccata la blandissima legge Concia (non istituiva nemmeno il reato di omofobia) facendola colare a picco, le giustificazioni addotte per questo atto, l’esclusione già a suo tempo delle persone trans dalla stessa.

Ci trovo tre evidenti motivazioni, così, a caldo: la forza trasversale del pensiero omofobo (e, mi spiace dirlo, le chiare responsabilità del PD e il “sospetto” che dietro ci sia anche lo zampino della CEI non devono essere taciute), l’ignoranza becera, violenta ed assoluta dei componenti la maggioranza e dei loro elettori (diciamolo, diciamolo, diciamolo! li avete eletti VOI) nel momento in cui ci ritengono dei privilegiati e ci paragonano a pedofili e zoofili, e, infine, il tentativo di dividere il movimento,facendo intendere la possibilità di navigare verso una uguaglianza di privilegiati, lasciando al palo le nostre sorelle e i nostri fratelli trans.

Infine, ieri sera, in due ore, la convocazione della manifestazione. Ottanta / Cento persone. Molte contattate per telefono direttamente.  Credo che l’articolo pubblicato da Gay.tv sia esemplare: descrive molto bene quanto successo, il clima, i sentimenti.

Ottanta. Milano porta nel momento in cui la comunità è ferita come non mai 80 persone in piazza. Ho sentito gente dirmi che non sarebbe venuta per il freddo, perché stanca, perché andava al cinema col fidanzato, perché aveva impegni associativi. Ho fatto un giro per alcuni locali prima di arrivare in piazza, per portare gente. Erano pieni. Faceva freddo per tutti, ieri. Eravamo stanchi e demoralizzati tutti, ieri. Avevamo altri programmi tutti, ieri. Ma ottanta son scesi in piazza. Possibile che non si capisca che se non siamo noi a muoverci le cose non cadranno certo dal cielo?

Forse è ora che si riparta da questo, allora. Forse questa batosta morale terribile serve a farci capire un punto focale, che col semplice confronto tra associazioni non avevamo ancora individuato: dobbiamo ripartire dal tirare fuori la gente dalle cantine in cui si è infilata. Cantine forse meno squallide dei battuage degli anni ‘60: belle, lucide e laccate, che danno sicurezza. Luccicanti, che abbagliano. Cariche di individualismo e cecità, però. Non c’è più il gay disperato che ha come unica chance quella di un rapporto con uno sconosciuto in un postaccio, ma il gay del sabato (o della domenica) sera che sente appagata la propria personalità con l’illusione che una ballata in discoteca sia libertà.

Uno schiavo che benedice le proprie catene perché coperte d’oro, non avvedendosi della differenza tra lo scegliere di vivere in un modo e l’obbligarcisi, stordendosi con l’indifferenza e l’individualismo che caratterizzano la maggior parte degli Italiani, solo in salsa omo. Noi non possiamo permettercelo, mi spiace disilludervi. Non è permesso come minoranza schiacciata: puoi scegliere di tacere nel momento in cui sei libero di parlare. Sennò stai zitto solo per tua codardia.

Sinché non saremo uguali agli altri PER LEGGE tutto il resto sarà una garanzia illusoria, che soddisfa il nostro ego ma non porta avanti questo Paese. Un paese a cui noi dobbiamo chiedere i nostri diritti, dobbiamo la nostra lotta per migliorarlo, dobbiamo il nostro essere voce di chi non ha voce.

Questo dico: che i gay, le persone trans, le lesbiche di Milano ricomincino a svegliarsi, e a ricordarsi di questi doveri. Ne van di mezzo le nostre vite, i nostri amori, il futuro dei gay che nascono oggi e che tra 15 anni dovranno affrontare la realtà che si sta costruendo oggi, che NOI stiamo costruendo oggi.

Ottanta eravamo? Bene, da questi ottanta si parte. Non abbiamo tempo da dedicare alla disperazione.

Oggi è la giornata della rabbia, del dolore. Da stasera ricomincia la speranza.

Stefano Aresi, Milk Milano

13 Responses to “Ieri. E domani?”

  • Personalmente non provo né rabbia né dolore. Come una buona fetta del movimento, sono stato sollevato dalla bocciatura della legge Concia: si è evitato che gli oppressori potessero fingere di essere amici. Meglio che il lupo si sia tolto la maschera, piuttosto che arrivare a una legge utile solo a prendere le persone per i fondelli e mettere a tacere le vere discriminazioni.

    Provo soddisfazione, per questi motivi, nella bocciatura della proposta (che non istituisce il reato di omofobia semplicemente perché l’omofobia, in sé, non può costituire un reato, come non lo può costituire l’odio, il razzismo o qualsiasi altro sentimento in sé…: sarebbe un non sense giuridico!).

    Ieri ottanta hanno desiderato manifestare? Bene, altri hanno preferito vivere altrimenti. O magari festeggiare, per i motivi su spiegati, per quello che ha voi ha provocato rabbia e dolore. Cosa c’è di male? Perché riproporre la solita ramanzina dei gay bravi che si impegnano, mentre gli altri cattivi pensano solo a divertirsi?

    Inviterei inoltre a evitare commenti moralistici e offensivi sullo squallore dei luoghi di battuage, sul “rapporto con uno sconosciuto in un postaccio”, su “l’indifferenza e l’individualismo” che caratterizzerebbero i “discotecari”: chiedere di abbattere certi moralismi e certi stereotipi proponendo altri moralisti e altri stereotipi è davvero assurdo!

  • ErrErre says:

    non ci credevo che davvero avete scritto queste cose!

  • Valentina says:

    vittimismo, vittimismo, vittimismo… intento il movimento ha superato queste vostre posizioni , come racconta bene noirpink

  • Delia says:

    quoto tutti i commenti precedenti

    (il presente commento risulta inviato dalla medesima mail del precedente)

  • Damiano says:

    Non c’è nulla di vittimista, Valentina, nei sentimenti di “rabbia e dolore”. Nulla di vittimista nel rilevare l’arretratezza della nostra classe dirigente (se non altro poiché è un dato di fatto). Ci può essere vittimismo nell’atteggiamento di chi si lamenta e poi non fa nulla, ma non è certo il caso del Milk, così come credo non riguardi in generale chi si spende attivamente in associazioni del movimento.

    Ci possono essere modi diversi di interpretare il fallimento, differenti analisi politiche, ma ciò che sentiamo, di fondo, è un desiderio di libertà, di conquista della libertà, che col vittimismo non ha nulla da spartire.

    La proposta Concia era scadente, cosa esplicitamente ripetuta più volte nell’articolo. Ed infatti qui nessuno sta festeggiando il fatto che sia diventata legge, anche perché legge non lo è diventata. Ciò che si dice nell’articolo, e che io condivido, è che c’è una avversione diffusa alla nostra causa; avversione che questa bocciatura rende ancora una volta palese. Anche i DICO facevano schifo: bene, per questo dovremmo ignorare l’omofobia che ha accompagnato chi, persino ai DICO, ha inteso opporsi? Ceto che no.
    “Non mi piace ciò che stiamo chiedendo, ma se persino a questo mi rispondi di no vuol dire che sei omofobo”. Anche perché l’UDC la proposta l’ha cassata non perché fosse scadente, ma a prescindere, ed avrebbe fatto lo stesso con una proposta perfetta.
    Ci sono valide ragioni per cui essere arrabbiati.

    L’articolo si limita a fare questo: a riconoscere che i partiti ed altre lobby sono ferocemente ostili alla nostra causa. E lo fa senza gettare, in conseguenza, la spugna.

    La cosa che più mi dà fastidio (e lo dico con dispiacere poiché immagino che tutti noi, qui intervenuti, condividiamo gli stessi desideri) è che si risponda con disonestà intellettuale, innanzitutto verso se stessi, alle critiche che l’articolo pone.
    Giudicare un comportamento privato, e solo privato, è moralismo; giudicare un comportamento privato, che produce effetti negativi diffusi per l’intera comunità, è un dovere. L’idea che non si debba mai giudicare nulla, sotto il profilo etico, circa la condotta del singolo, è folle. C’era chi diceva, nel dopoguerra: “chi siamo noi per giudicare i nazisti??”, sbagliando.

    Per me una persona può fare quello che vuole, se non danneggia nessuno. Ma non ci può essere richiesto di far finta di non vedere che la chiusura con cui spesso i gay vivono la propria vita figura tra i primi ostacoli alla nostra piena felicità.
    Onestà intellettuale è riconoscersi una difficoltà, concedersi compromessi, non essere troppo esigenti verso se stessi (e quindi anche andarci nei locali), ma poi avere la forza di dirsi che “così non funziona”. Questo non è moralismo; è parlare di ostacoli veri, da persone che vivono sulla propria pelle, nei fallimenti delle proprie relazioni, il significato della ghettizzazione. E chiedere al mondo non l’eroismo di chi si sbarazza, in un lampo, dei luoghi dove ha fatto i primi passi da persona “quasi libera ma non troppo”, bensì desiderare, come è legittimo che sia, che quel quasi venga gradualmente a scomparire.

    Ed inoltre: se critico un mio amico perché a mio parere si sta devastando la vita (sì, la sua vita), disimparando cosa sia l’affetto in favore del piacere narcisista di smerdare chi è meno figo nei luoghi del “sesso e solo sesso”, io non sono moralista. Il moralista guarda alla Bibbia, non ai sentimenti.
    Cresciuti nella nostra società, ci vuole uno sforzo enorme per imparare cos’è una relazione, cos’è la libertà. So di non essere l’unico a saperlo. Il Milk chiede solo di lavorare nella direzione giusta, ignorando (magari non sempre, ma perlomeno il più delle volte) facili scorciatoie.

    Scusate la lunghezza.

  • Jacopo says:

    Trovo assurdo che durante un momento così difficile la comunità LGBT milanese non si sia decisa a mettersi in gioco come doveva.Trovo assurdo, quasi quanto l’omofobia, il paraocchi che alcune persone hanno deciso di indossare in questa situazione.
    Mi lascia perplesso il disinteresse che alcuni fanno trapelare con la loro perenne “assenza giustificata”.
    Cosa ci si deve aspettare allora dal nostro paese se voi per primi non fate sentire le vostre voci?

    Quello che emerge dall’articolo a mio parere, non è vittimismo, è piuttosto una sana voglia di farsi accettare dal mondo per come siete e non per come vi fanno apparire!

    Trovo che ognuno debba avere la possibilità, se lo preferisce, di “vivere altrimenti” come scrive NoirPink. Ma oggi questa non è una possibilità, ma un obbligo, e questo non è giusto.
    Sono dispiaciuto perchè tremo all’idea che se dovessi avere un figlio o una figlia omosessuale questa possa essere trattata come voi oggi.

  • Pierpaolo says:

    Credo profondamente che il fulcro di ciò che ha portato quell’ottantina di persone a Milano (ed altre nel resto d’Italia) ad essere presenti in piazza Duomo, sfidando il vento gelido nel tentativo di tenere accesa anche solo per un minuto una candela, sia davvero contenuto nel commento di Damiano e cioè l’indignazione profonda perchè ancora una volta l’omofobia si è palesata all’interno del Parlamento, una omofobia “a priori” che non guardava ai contenuti criticabili della proposta Concia, ma semplicemente alla parola omosessualità oppone un secco e deciso “NO” a prescindere dai contenuti.

    Per questo io e mia moglie eravamo presenti, indignati da questo comportamento, da questo moralismo (e questo si che è il vero moralismo) che impedisce all’Italia di avanzare nella civiltà, di essere come altre nazioni rispettosa dei diritti dell’Uomo. Invece no, ancora una volta parlare di diritti per chi oggi è discriminato pesantemente rimane e deve rimanere un tabù e non deve in alcun caso arrivare a permeare la sana coscienza dei nostri parlamentari, sempre pronti a chinarsi ai voleri Vaticani.

    E’ contro questo che manifestavamo, contro questo ennesimo tentativo di affossare qualunque discussione sui diritti negati in Italia, lanciando dal parlamento un segnale chiaro e secco “Signori, lasciate perdere, perchè a noi i contenuti non interessano, a noi interessa dirvi che dovete rimanere cittadini di serie Z per i diritti sebbene non dobbiate dimenticarvi di pagare le tasse come tutti”.

    Siamo stati fieri di esserci, di lottare contro il freddo e contro il vento, di bestemmiare a denti stretti per tenere accese le candele, perchè era nostro dovere mostrare che in Italia esistono Esseri Umani che odiano qualsiasi discriminazione.

    Grazie a voi per averci chiamato e per continuare questa battaglia.

  • @Damiano:
    C’è disonestà intellettuale in chi riconosce dignità alla pluralità di percorsi che permettono alle persone di trovare la propria personale felicità (in convento, in piazza, in casa o in un cruising) o forse c’è un pizzico di – onesta, ci mancherebbe altro – pretenziosità in chi crede di conoscere e poter giudicare gli altri e di insegnare loro cosa sia una vera relazione e quindi la vera felicità?

    E comunque l’idea che non si debba attribuire un valore positivo o negativo alle azioni della vita privata di altre persone, quando esse sono liberamente espresse e non limitano le libertà altrui, ti sembrerà folle, ma è fondamentale. Negare questo principio significa riconoscere la legittimità che qualcuno condanni la vita sessuale di una persona omosessuale, sia essa espressa con un compagno monogamo o con uno sconosciuto nei bagni di una stazione. Negare questo, insomma, significa entrare in quegli schemi di giudizio che generano l’omofobia.

    p.s.: Capisco lo zelo con cui difendi le tue idee – zelo che ti fa onore – ma il paragone con i nazisti era forse un tantino esagerato :-)

  • Damiano says:

    Nessun paragone coi nazisti, ovviamente. Il problema è etico e sta nella capacità di assumere una posizione, per l’appunto, etica, senza scadere nel dogmatismo ma anche senza trascurare l’importanza di qualificare le azioni delle persone. Quanto accaduto coi nazisti nel dopoguerra (e non ciò che i nazisti hanno fatto) pone, e non a mia detta, i medesimi interrogativi.

    Potremmo metterci a discutere ore circa il peso ed i limiti dell’etica liberale, dell’etica della responsabilità, ecc. ma non sono sicuramente la persona più adatta a farlo. Certamente non mi sento del tutto a mio agio nella patinata, ed un filo ipocrita, distinzione tra condotta individuale privata, individuale pubblica, non individuale…
    Parliamoci onestamente, posto che questo è un blog di un’associazione di attivisti: in presenza di un vulnus di fondo, detto discriminazione, se ti senti parte di una comunità non puoi ignorare le ripercussioni della tua condotta sul mondo in cui ti trovi. Il che non implica il diritto dell’autorità di censurarti, ma probabilmente ti richiama, tua sponte, a scegliere condotte coerenti con la missione (da attivista) che ti sei posto.
    I margini sono labili finché ci esprimiamo teoricamente (e, ripeto, non ho le competenze per farlo), ma divengono piuttosto chiari e lineari quando si passa alla vita reale.
    E ciò non implica nessuna presunzione nello stabilire ciò che è la felicità altrui. Ma i dati statistici, e le esperienze di ognuno, hanno un loro peso: suona strano che ciò che è comunemente inteso, seppur a spanne, per felicità, diventi per “i gay” una scelta ovviabile, in favore di altri percorsi che potranno pure gratificare qualcuno, per carità, ma che verosimilmente non rappresentano le ambizioni (più pure, meno stratificate/condizionate) di un adolescente cresciuto nell’ultimo decennio.
    C’è infine un problema di rappresentatività del movimento LGBT, che – a logica – dovrebbe sforzarsi di includere quei tanti che oggi (spesso innanzitutto per loro colpa) lo ignorano, e non certo calarsi nel particolarismo impronunciabile dei mille “modi di essere se stessi” (definizione quantomai ambigua). Pur nel rispetto, ovvio, dei sentimenti di ognuno.

  • @ Damiano:

    1) “Nessun paragone coi nazisti”, scrivi, ma poi lo riproponi. Paragone che neppure commento…

    2) Attenzione, nessuno propone distinzioni tra condotte private e condotte pubbliche (ci mancherebbe!), ma tra sfere di vita private e sfere di vita pubbliche. Cioè, non un “fai quello che vuoi, ma mostra quello che conviene”, ma un “questo ambito di vita riguarda scelte personali insindacabili e quest’altro riguarda la vita collettiva”. L’ideologia che vuole rompere la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica è propriamente detta “totalitarismo”.

    3) Chi è un attivista? Quali finalità ha? Tu dici che l’attivista deve scegliere condotte coerenti con la missione che si è posto. In un movimento che si fonda e si è sempre fondato sull’autodeterminazione delle persone, però, l’unica condotta coerente è quella di “autodeterminare” personalmente le proprie condotte affettive e sessuali. In questo contesto, lo scontro tra mezzi, percorsi e fini si annulla: le tre cose sono fuse in una sola.

    4) Per avvalorare le tue tesi citi “dati statistici”: potresti chiarire a quali ricerche fai riferimento? Citi anche “le esperienze di ognuno”: non hai mai conosciuto persone che vivono serenamente e felicemente la propria vita affettiva e sessuale fuori dai canoni della felicità come tu la intendi? Eppure ce ne sono a bizzeffe! N.B.: non tutti quelli che si proclamano monogami e fedeli lo sono, anzi spesso più lo dicono e meno lo sono :-)

    5) La definizione delle ambizioni del tuo presunto idealtipo di adolescente di oggi come di ambizioni “più pure” spero voglia semplicemente essere un’espressione sinonimica della successiva (”meno stratificate/condizionate)… Ti chiedo, però, se sei davvero così convinto che le stratificazioni e i condizionamenti siano oggi meno forti di ieri…

    6) I mille (anzi, molti di più) “modi di essere se stessi” sono la base del movimento *qtlgbie… (la stessa sigla, complicata quanto vuoi, ne è testimonianza). E’ una definizione ambigua? No, semplicemente molto larga. E molto libera. L’omofobia è la spinta a imporre un unico modo di essere se stessi, il movimento *qtlgbie… è esattamente la spinta opposta, cioè la spinta che permette a ognuno di esprimere il proprio modo di essere se stesso. E la rappresentatività, allora? Sul punto, mi/ti chiedo: qual è il vero problema?

  • Checca mai says:

    Caro NoirPink, visto che fai lo gnorri e sei intriso della cultura pseudo-libertaria dei figli dei fiori, ti rispondo io…

    1) Il paragone dei nazisti è di pessimo gusto ma NON è questo il punto.

    2) Anche su questo punto hai teoricamente ragione, rimane da sottolineare però come essere gay non ci debba distogliere da una RETTA VIA MORALE e non ci debba esentare dal mostrare questa retta via morale anche ai nostri simili.

    3) Viviamo in una società, quindi: la libertà è solo una favoletta impossibile. Dobbiamo SEMPRE tenere conto degli altri e agire anche nell’ambito privato in modo da farci capire e accettare dagli altri, quindi basta voli pindarici, basta travestitismi, basta nudismo ai Gay Pride, basta sesso a tutta birra! Se no hanno ragione a discriminarci, non ti pare?

    4) Quello che è giusto definire “felicità” non lo decido né io né te né nessuno, ma è il frutto di una evoluzione sociale millenaria, per questo la vera felicità la puoi trovare solo e solamente in un rapporto di COPPIA MONOGAMICA, se no trovi solo infelicità e miseria travestite da felicità. Il sesso promiscuo è uno zuccherino avvelenato usato da alcuni (Arcigay e altri) per fare soldi sulla tua pelle.

    5) I giovani di oggi hanno finalmente capito che il sesso gratuito è fatto solo per godere un istante e pentirsi per tutta la vita ed è qualcosa di moralmente ripugnante e utile solo a farti sentire sporco e inutile. Il sesso nell’ambito della coppia è invece utile ed esalta il tuo valore, quindi lottare per riconoscere il valore dei gay significa anche insegnargli a RISPETTARE il loro valore e quindi, di conseguenza, a sviluppare rapporti di coppia monogamica e non sesso promiscuo.

    6) In natura esistono eterosessuali e omosessuali. Sia gli uni che gli altri sono uguali proprio per il motivo che possono trovare la felicità vera e veramente completa in rapporti di coppia monogamica. Questa è la vera verità, il resto è cercare di introdurre ambiguità inutili e DANNOSE soprattutto per i più giovani, ancora insesperti e deboli.

  • Damiano says:

    Rispondo consapevole del fatto che non sarà sufficiente, ma anche certo che sarebbe inutile andare oltre a questa replica. Ben disposto a farlo in contesti più adatti e verbali.

    1) Il paragone, once again, non è coi nazisti, ma col modo in cui la collettività (tra i quali molti ebrei vittime dei nazisti) hanno approciato il problema del giudizio etico di quanto i nazisti avevano commesso. Spero sia chiaro, punto.

    Resto) Innanzi ad un problema sociale, che concerne la formazione degli individui (”sono gay, non ho avuto modelli nella mia crescita, so solo scopare”), delle personalità, non si possono applicare modelli da stato liberale e basta. Noi non combattiamo per un ambiente più pulito, né per la conquista di salari più elevati. Le nostre associazioni vengono investite di una missione più ampia, terribilmente complessa, che non è solo politica, non nel senso liberale (cioè dello Stato che regola il meno possibile). Le associazioni gay devono innanzitutto trasmettere un messaggio culturale. Il confronto funziona, nel modello liberale, se già che cultura, già conoscenza. Per le tematiche sessuali così non è: a noi il compito di porre rimedio.

    Libertà individuale senza cultura è ingiustizia.

    Ciò non significa che siamo chiamati a stabilire cos’è la moralità. Ma certamente dobbiamo esortare tutti, e soprattutto noi stessi, a chiederci quale sia il valore delle NOSTRE scelte private (inappuntabili per lo Stato), la loro ragione scaturente, il livello di interiorizzazione degli stereotipi che abbiamo subìto.
    Ogni volta si tenti di farlo, nel movimento gay, si viene aggrediti e bollati come razzisti, preconcettualmente accusati di voler fare della discriminazione interna.

    Senza scadere né in facili moralismi, né in sottotipizzazioni degli stereotipi inutili e dannose, bisognerebbe ragionare criticamente sul modo di essere di ognuno, sul perché si sia giunti ad essere come si è. E invece no: fingiamo che tutto sia ok, sempre e cmq. Ma ciò che è legittimo, sul piano del diritto (condotta privata individuale non ingiustamente dannosa per altri), può essere deleterio per noi e chi ci sta intorno.
    Nessuno ha il diritto di vietarlo, ma ciò non significa che sia positivo e funzionale alla nostra causa e alle nostre vite.

    Non credo abbia senso star qui a sforzarsi di dimostrare chi ha ragione circa la percezione del benessere delle persone non eterosessuali.
    Io di gente felice ne conosco poca, mentre conosco tantissimi e tantissime fatalmente stanchi delle tristi opportunità di vita che i locali offrono.
    E più conosco gente, e più giro Paesi diversi dall’Italia, e più me ne convinco.

    Sul movimento: io credo nell’importanza, anche egoistica, che per ognuno deve avere la propria individualità. Un mondo anarchico, senza poteri o sovrastrutture, sarebbe il meglio, ed ognuno potrebbe palesare liberamente quel che desidera.
    Ma questa è solo una utopia.
    Le strutture organizzate (partiti, associazioni) si fondano su identità condivise (da qui, ad es, la crisi di molte forze politiche moderne). Starci dentro non significa sposare un tipo di soggetto, aderirvi fedelmente. Non siamo CL.
    Ma certamente è necessaria una definizione comune e una unità di intenti: l’alternativa non è il pluralismo (non siamo abbastanza maturi ed autoconsapevoli) bensì il particolarismo. Mi chiedo come si possa negarlo guardando oggi il movimento LGBT italiano.
    Sono contro lo Stato etico, so che nessuno e nessuna cosa aderirà in toto al modo in cui sono fatto, mai, ma non per questo non riesco a condividere un percorso con persone che la vedono, più o meno, come me.

    (Consiglierei comunque di conoscere un paio di quindicenni gay o di ragazzine lesbiche FUORI dai locali prima di lanciarsi in speculazioni alle quali, lo ammetto, non disdegno per primo di partecipare. La felicità è individuale, la frustrazione può essere diffusa. E lo è, anche se uno scopa.)

  • @ Checca mai e Damiano:
    Ok, siete contro locali, promiscuità, ecc… perché vi sembrano cose brutte e/o che rendono infelici. Proponete un modello alternativo (coppia monogamica fedele). Ma perché questo modello dovrebbe essere superiore moralmente e/o rendere più felici in sé? Personalmente non credo che in campo affettivo e sessuale esistano ricette già pronte che possano essere buone per tutti. Ognuno non solo dovrebbe essere libero di fare quel che vuole a letto, ma anche non essere giudicato per quello che fa, per come lo fa, per con chi lo fa. Ed è proprio questo il nucleo della lotta culturale contro l’omofobia.

    Sulla necessità di una definizione comune e di una comunità di intenti non posso invece che concordare con Damiano. Mi risulta però difficile immaginare di sviluppare tutto ciò con persone che danno un giudizio negativo (come esseri immorali, che non percorrono la retta via, che sono destinati alla frustrazione e all’infelicità, ecc…) sulle altre persone con cui dovrebbero formare tale comunità.

    Condivido pure l’invito a conoscere persone di un po’ tutti i tipi prima di lanciarsi in speculazioni. Personalmente le persone che conosco le conosco tutte FUORI dai locali, dal momento che personalmente non frequento locali (ma guarda, si può difendere la libera espressione altrui anche quando è diversa dalla propria!… che sia questo il modo migliore per condividere un percorso con persone che la vedono in modo diverso?).

    Conosco però persone di ogni tipo: discotecari infelici e discotecari felici, coppie aperte sull’orlo di una crisi di nervi e altre legatissime da anni, inguaribili romantici in splendida forma e altri depressi, coppie monogamiche fedeli indissolubili e altre che scoppiano e altre che… si fanno le corna! Insomma, in ogni “modello” c’è chi vive bene e c’è chi vive male. Forse sarebbe utile non proporre un ipotetico modello migliore (migliore perché e secondo chi?), ma soffermarsi sulla necessità di rispettare e assecondare i propri particolari e personalissimi bisogni affettivi e sessuali.

    Altrimenti ricalchiamo i percorsi “logici” di noti “psicologi” cattolici che sostengono la superiorità dell’eterosessualità perché esistono molti omosessuali infelici (v. anche la canzone “Luca era gay” di Povia, che ricalca esattamente il ragionamento).

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